Aspettare il momento giusto in fotografia: come lo faccio, quanto aspetto e quando è meglio andare via.
Ero in un luna park, di sera, con la X100T in mano. Davanti a me una giostra con le vetture a forma di faccia: occhi rossi, sopracciglia aggrottate, una bocca enorme e imbronciata.
Avevo già la foto in testa. Mi serviva che due cose succedessero insieme: una vettura girata verso di me, e sullo sfondo qualcuno in un momento di gioia.
Così ho aspettato. Quasi con aria losca, devo ammetterlo. Mi sentivo un ladro: la gente mi guardava, e io facevo finta di nulla, con la macchina in mano, giro dopo giro.
Poi è successo.

La giostra sembra arrabbiata. Le persone dietro sembrano felici. Senza attesa sarebbe stata solo una giostra.
Come aspetto
Aspettare non vuol dire stare fermi a caso. Prima trovo la foto, poi aspetto quello che manca.
Quella sera l’inquadratura era già decisa: gli archi luminosi della giostra, la vettura in primo piano, uno spazio libero sullo sfondo. Mancava solo il momento.
E quando arriva, scatto poco. Qualche foto, non centomila. Aspettare serve proprio a questo: scegliere l’attimo, invece di mitragliare sperando nella fortuna.
La X100T in questo aiuta: è piccola, silenziosa, e non spaventa nessuno. Anche quando ti senti un ladro.
Quanto aspettare
Dipende da cosa stai aspettando.
Se aspetti la luce, in un paesaggio, o le ombre che disegnano dettagli e linee, allora vale la pena restare. La luce prima o poi arriva, e quando arriva cambia tutto.
Se aspetti un soggetto, invece, dopo un po’ meglio muoversi e cercare altro. Le persone non si prenotano.
Io mi fermo quasi sempre dove so che la foto c’è già: le linee giuste, la luce giusta, la scena che regge anche vuota. Il soggetto è la parte in più. Se entra quello giusto, abbiamo fatto centro. Se non entra, la foto c’è lo stesso.
Come in questa foto. La luce era già lì: il muro caldo, le colonne a fare da cornice, e sul muro l’ombra di un cartello che sembrava un martello. Mi sono fermato e ho aspettato apposta che qualcuno ci passasse sotto.
Quando è arrivata lei, la martellata in testa era servita.

Due modi di uscire
Quando esco per la street non esco sempre con lo stesso spirito.
Certe volte esco per aspettare. Trovo un posto, lo studio, e resto lì finché non arriva lo scatto che ho in testa. Come al luna park.
Altre volte esco per cogliere il momento al volo. Cammino, guardo, e scatto quando qualcosa succede davanti a me, senza fermarmi. Come quella volta a Lipari, quando il pescatore era già lì ad aspettarmi.
Sono due modi diversi di fotografare, e servono entrambi. L’importante è sapere, quando esci, quale dei due hai scelto.
Se hai fretta, comprati un gatto
Il consiglio più grande che posso darti è questo: se esci per fotografare, accetta il fatto che lo scatto potrebbe non arrivare. Che potresti restare fermo in un posto per un bel po’, e tornare a casa a mani vuote.
Se quel giorno hai fretta, e hai comunque voglia di fotografare, comprati un gatto e divertiti.
Se invece hai tempo, prova così la prossima volta che esci:
- Cerca un posto dove la foto c’è già: buone linee, buona luce, una scena che regge anche vuota.
- Prepara l’inquadratura prima. Quando il momento arriva, devi solo scattare.
- Aspetta. Senza guardare il telefono, senza fretta. Fai finta di nulla, se serve.
- Scatta poco, solo quando succede qualcosa.
- Se non succede niente, vai via senza rimpianti. La prossima volta andrà diversamente.
La fotografia è fatta di attese, di domande che potrebbero non avere risposte, e di risposte che non coincidono con le nostre domande.
Se ti va di continuare, leggi anche Io vedo le linee, dove racconto quel pomeriggio a Lipari, e Di notte vedo meglio. E se vuoi qualche esercizio in più, scarica la guida gratuita “I 5 errori che rovinano le tue foto”.
Daniele Tranchita, ShotAndGo.
I 5 errori che rovinano le tue foto
Cinque mie foto per cinque errori. Per ognuno la storia dello scatto e un esercizio da fare alla prossima uscita.
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