Luigi Ghirri: Quando imparare a fotografare significa disimparare a vedere

Fotografia ispirata allo stile di Luigi Ghirri sul paesaggio italiano e la sua visione poetica

Introduzione

Ci sono fotografi che cercano immagini. Altri cercano storie. Luigi Ghirri cercava qualcosa di più difficile: capire cosa stiamo guardando quando crediamo di vedere il mondo.

Le sue fotografie non gridano, non seducono e non cercano di spiegare tutto. Restano davanti a noi con una semplicità quasi disarmante. Ed è proprio questa semplicità a costringerci a rallentare, a dubitare e a rimettere in discussione il nostro modo di guardare.

Guardare una fotografia di Ghirri non significa imparare semplicemente a scattare meglio. Significa imparare a guardare diversamente: con meno automatismi, meno aspettative e più attenzione.

Il problema non è cosa guardiamo, ma come

Molto spesso fotografiamo pensando che il mondo sia già chiaro. Crediamo che basti trovare qualcosa di interessante, inquadrarlo e aspettare il momento giusto. Ghirri mette in crisi proprio questa convinzione.

Nelle sue fotografie compaiono luoghi normali, periferie, insegne, finestre, muri, mappe e paesaggi apparentemente anonimi. Sono elementi che normalmente attraversiamo senza fermarci.

Eppure, davanti a quelle immagini, nasce una domanda semplice: perché non avevo mai visto tutto questo prima?

La risposta non riguarda necessariamente il mondo. Riguarda il nostro sguardo. Gli elementi erano già lì. Eravamo noi a non prestarvi attenzione.

Disimparare l’idea di “foto interessante”

Una delle prime cose che Ghirri ci porta a mettere in discussione è l’idea della fotografia come evento.

Non c’è necessariamente il momento spettacolare, il gesto improvviso o la scena straordinaria. Non c’è bisogno di inseguire continuamente qualcosa che possa attirare l’attenzione.

C’è invece un altro modo di fotografare, fatto di:

  • attesa;
  • attenzione;
  • osservazione;
  • accettazione del quotidiano;
  • capacità di riconoscere ciò che normalmente ignoriamo.

Fotografare, in questo senso, smette di essere una caccia all’immagine. Diventa una forma di presenza.

È un approccio che si collega direttamente a uno dei temi centrali di ShotAndGo: imparare a vedere prima ancora di fotografare.

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Il mondo non è necessariamente il soggetto

Nelle fotografie di Ghirri il mondo non ha sempre bisogno di imporsi come protagonista. Cartelli, finestre, mappe, muri, periferie e margini diventano sufficienti.

Sono elementi che spesso ignoriamo perché pensiamo che non abbiano nulla da raccontare. Ma proprio quando smettiamo di pretendere che una fotografia debba raccontare qualcosa in modo evidente, iniziamo a percepire ciò che contiene davvero.

La fotografia diventa così una forma di ascolto. Non necessariamente una spiegazione.

Questo è uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Ghirri: non sembra voler aggiungere significato al mondo, ma creare le condizioni perché possiamo accorgerci di quello che già esiste.

Fotografare come atto di rispetto

Nel lavoro di Ghirri esiste anche una forma di rispetto per ciò che viene fotografato. Non è un atteggiamento dichiarato o costruito, ma emerge dal modo in cui osserva luoghi e oggetti senza la necessità di trasformarli in qualcosa di spettacolare.

La fotografia non invade. Non ha sempre bisogno di giudicare, denunciare o enfatizzare. Può anche limitarsi a stare davanti alle cose.

È una lezione particolarmente interessante oggi, in un’epoca in cui produciamo e consumiamo immagini continuamente. Fotografare è diventato semplicissimo; fermarsi davanti a ciò che abbiamo fotografato, invece, è molto più difficile.

Ed è proprio qui che il lavoro di Ghirri continua a parlare alla fotografia contemporanea.

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La fotografia non deve sempre attirare l’attenzione

Viviamo in un ambiente visivo nel quale tutto sembra dover essere immediatamente riconoscibile. Colori intensi, contrasti elevati, composizioni spettacolari e immagini costruite per fermare lo scorrimento dello schermo.

Ghirri suggerisce quasi l’opposto.

Una fotografia può essere discreta. Può non chiedere attenzione. Può persino sembrare insignificante al primo sguardo e diventare interessante soltanto dopo qualche secondo.

È una qualità che oggi rischiamo di perdere perché siamo abituati a valutare le immagini molto rapidamente.

Forse una delle lezioni più attuali di Ghirri è proprio questa: non tutto ciò che merita di essere fotografato deve necessariamente attirare l’attenzione immediatamente.

Cosa può insegnarci Ghirri oggi

Guardare Ghirri non serve a fare fotografie “alla Ghirri”. Sarebbe probabilmente il modo meno interessante di avvicinarsi al suo lavoro.

Serve invece a capire quanto siamo abituati a fotografare prima ancora di aver guardato davvero.

La sua lezione può essere riassunta in alcune semplici attitudini:

  • rallentare;
  • osservare ciò che normalmente ignoriamo;
  • accettare il dubbio;
  • non cercare continuamente qualcosa di spettacolare;
  • lasciare che una fotografia abbia bisogno di tempo.

La fotografia, prima di essere un’immagine, è una relazione tra chi guarda e ciò che decide di guardare.

Imparare a vedere prima di imparare a fotografare

È forse questo il punto più importante.

Prima di chiederci quale fotocamera utilizzare, quale obiettivo scegliere o quale tecnica imparare, dovremmo chiederci se sappiamo davvero osservare.

Una fotocamera può registrare ciò che abbiamo davanti. Non può però decidere cosa merita la nostra attenzione.

La tecnologia può aiutarci con autofocus, esposizione, stabilizzazione e gestione del file. Ma la decisione fondamentale rimane nostra: dove guardare.

Ed è proprio per questo che la fotografia di Ghirri continua a essere importante anche nell’epoca delle fotocamere intelligenti e dell’intelligenza artificiale.

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La lezione di Ghirri per chi fotografa oggi

Forse non abbiamo bisogno di vedere di più. Abbiamo bisogno di vedere meglio.

In un mondo nel quale ogni luogo può essere fotografato migliaia di volte, la differenza non sta necessariamente nel trovare qualcosa che nessuno ha mai visto. Può stare nel modo in cui scegliamo di guardare qualcosa che tutti hanno già visto.

Questo significa anche accettare che una fotografia non debba sempre essere perfetta, spettacolare o immediatamente comprensibile.

A volte una buona fotografia è semplicemente quella che ci costringe a fermarci qualche secondo in più.

Conclusione

Luigi Ghirri non insegna semplicemente a scattare. Insegna a fermarsi.

In un mondo che chiede immagini sempre più veloci, forti e immediate, il suo lavoro suggerisce un’altra possibilità: guardare meno, ma guardare meglio.

Disimparare a vedere non significa perdere la capacità di osservare. Significa liberarsi di alcune delle abitudini che ci impediscono di farlo davvero.

Forse è proprio questo il passaggio più importante per chi vuole imparare a fotografare: prima di cercare una fotografia, imparare a riconoscere uno sguardo.

ShotAndGo nasce anche da qui: dalla convinzione che prima dello scatto venga sempre lo sguardo.

Perché la fotografia non comincia quando premi il pulsante. Comincia qualche istante prima, quando decidi di fermarti e guardare.



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Nota sulle immagini: le eventuali fotografie di Luigi Ghirri utilizzate nell’articolo devono essere impiegate nel rispetto dei relativi diritti d’autore e delle condizioni di utilizzo delle immagini.

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