
Uno zoom luminoso è sempre un compromesso. Più aumenta l’escursione focale, più diventa difficile mantenere dimensioni contenute e un’apertura elevata. Se poi si parla di un obiettivo destinato a fotocamere APS-C, la sfida diventa ancora più interessante: bisogna trovare un equilibrio tra qualità, luminosità, peso e dimensioni senza trasformare la fotocamera in un sistema difficile da portare.
Il Sigma 17-40mm F1.8 DC Art parte proprio da questa esigenza e sceglie una strada piuttosto radicale. Non cerca di diventare lo zoom con la maggiore escursione possibile e non prova nemmeno a essere il più piccolo. La sua caratteristica fondamentale è un’altra: offrire una luminosità costante di f/1.8 lungo tutta l’escursione da 17 a 40 mm.
Su una Fujifilm con sensore APS-C significa avere un angolo di campo equivalente a circa 25,5-60 mm nel formato 35 mm. Una gamma abbastanza ampia da comprendere il grandangolo moderato, la fotografia quotidiana e il ritratto ambientato, ma senza arrivare alle focali più lunghe di uno zoom standard tradizionale.
Ed è proprio questo il punto: il Sigma 17-40 non vuole essere uno zoom che fa semplicemente “un po’ di tutto”. Vuole essere uno strumento luminoso e versatile per chi preferisce uscire con un solo obiettivo, mantenendo però la possibilità di lavorare in condizioni di luce difficili e di ottenere una profondità di campo più ridotta rispetto ai normali zoom APS-C.
17-40 mm su Fujifilm: una gamma più interessante di quanto sembri
Quando si legge “17-40 mm” sulla confezione di un obiettivo APS-C, è facile sottovalutare quanto sia utilizzabile questa escursione nella fotografia reale. I 17 mm permettono di lavorare con paesaggi, architettura, interni, fotografie ambientate e scene in cui è importante mostrare il rapporto tra il soggetto e l’ambiente. Salendo verso i 23-27 mm si entra invece in una zona molto naturale per il reportage e la fotografia quotidiana, mentre tra 35 e 40 mm l’inquadratura diventa più stretta e adatta a persone, dettagli e ritratti ambientati.
Non è però un obiettivo pensato per fotografare soggetti lontani. A 40 mm, su Fujifilm, si arriva a circa 60 mm equivalenti: una focale molto utile per avvicinare visivamente un soggetto, ma ancora lontana dal comportamento di un vero teleobiettivo. Se fotografi spesso concerti da lontano, sport o animali, dovrai quindi affiancargli un’ottica più lunga.
Il suo campo di gioco è un altro: reportage, viaggio, eventi, persone, street, fotografia quotidiana e situazioni in cui non sai esattamente quale focale ti servirà qualche minuto dopo.
Il vero motivo per cui questo obiettivo è interessante: f/1.8
La caratteristica che distingue davvero il Sigma 17-40 dagli altri zoom standard per APS-C è l’apertura massima costante di f/1.8. Non significa semplicemente avere un diaframma più luminoso. Significa poter utilizzare la stessa apertura a qualsiasi focale.
Puoi iniziare a 17 mm per raccontare l’ambiente, passare a 28 mm per stringere l’inquadratura e arrivare a 40 mm per un ritratto ambientato senza perdere luminosità durante lo zoom. Questa continuità è particolarmente utile quando la luce è scarsa e stai lavorando con tempi di scatto che non vuoi modificare oppure con ISO che vuoi mantenere il più possibile contenuti.
Immagina di essere a un evento. Ti trovi in uno spazio relativamente stretto, la luce cambia continuamente e non hai il tempo di sostituire l’obiettivo ogni volta che cambia la situazione. A 17 mm puoi includere il pubblico e l’ambiente, a 28 mm puoi concentrarti su una persona o su un piccolo gruppo e a 40 mm puoi realizzare un ritratto ambientato. Tutto questo mantenendo f/1.8.
È questa la vera forza del Sigma: la luminosità diventa parte della versatilità dello zoom.
f/1.8 non serve soltanto quando c’è poca luce
Associare un’apertura così ampia esclusivamente alla fotografia notturna sarebbe riduttivo. Un diaframma f/1.8 permette infatti di controllare maggiormente la profondità di campo e di separare il soggetto dallo sfondo, soprattutto alle focali più lunghe e lavorando a distanze ravvicinate.
Su un sensore APS-C non bisogna aspettarsi lo stesso sfocato che si ottiene con un 85 mm f/1.2 su full frame. Il formato del sensore e la focale fanno la differenza. Ma rispetto a un normale zoom f/4 o f/5.6, la possibilità di lavorare a f/1.8 cambia concretamente il modo in cui puoi costruire l’immagine.
A 17 mm puoi sfruttare l’apertura per fotografare un soggetto mantenendo comunque una forte presenza dell’ambiente. A 40 mm, avvicinandoti al soggetto e mantenendo lo sfondo sufficientemente distante, puoi invece ottenere una separazione molto più evidente.
Uno zoom che può sostituire più focali fisse?
È probabilmente questa la domanda più interessante da porsi. Un fotografo che lavora con focali fisse potrebbe utilizzare, per esempio, un 18 o 23 mm per l’ambiente, un 27 o 30 mm per una prospettiva più naturale e un 35 o 40 mm per persone e dettagli. Il Sigma permette di coprire buona parte di queste situazioni senza cambiare obiettivo.
Questo non significa che renda inutili i fissi luminosi. Un obiettivo a focale fissa può essere più piccolo, più leggero e avere un carattere completamente diverso. Inoltre, fotografare sempre con una determinata focale può essere una scelta creativa precisa, perché costringe a muoversi e a costruire l’inquadratura in un modo particolare.
Il vantaggio del Sigma è invece la libertà. Non devi decidere prima di uscire quale focale ti servirà. Puoi osservare la scena e decidere dopo.
La qualità ottica: quanto può essere vicino a un fisso?
Il progetto ottico utilizza 17 elementi in 11 gruppi, con quattro elementi SLD e quattro elementi asferici. È una costruzione complessa, pensata per mantenere una resa elevata anche con un’apertura massima così ampia.
Il punto interessante non è però stabilire semplicemente se il Sigma sia “nitido”. La domanda più utile è capire quanto riesca a mantenere una buona qualità d’immagine mentre offre contemporaneamente uno zoom 17-40 mm e un’apertura f/1.8.
La risposta è positiva, ma con qualche compromesso. La resa al centro dell’immagine è molto buona anche a tutta apertura, mentre nelle zone periferiche, soprattutto alle focali più grandangolari e a f/1.8, la nitidezza può essere meno uniforme. È un comportamento che va considerato quando si fotografa un paesaggio o un’architettura in cui è importante avere dettaglio omogeneo fino ai bordi.
Questo non significa che l’obiettivo non sia adatto al paesaggio. Significa semplicemente che f/1.8 è soprattutto una possibilità da sfruttare quando serve. Quando la scena richiede la massima uniformità, chiudere il diaframma rimane una scelta perfettamente sensata.
A f/1.8 si può davvero fotografare?
Sì, ed è probabilmente uno degli aspetti più importanti del progetto. Non avrebbe molto senso costruire uno zoom f/1.8 se l’apertura massima fosse soltanto un dato da inserire nella scheda tecnica.
Il vantaggio non consiste però nell’utilizzare sempre f/1.8. Consiste nell’avere quella possibilità quando la situazione lo richiede. Puoi aprire completamente il diaframma quando la luce diminuisce, quando vuoi mantenere un tempo di scatto più rapido o quando vuoi ridurre la profondità di campo. Quando invece hai sufficiente luce o vuoi ottenere una maggiore profondità di campo, puoi semplicemente chiudere.
È un concetto semplice, ma importante: non devi usare f/1.8 perché hai comprato un obiettivo f/1.8; devi essere contento di averlo quando ti serve.
Il bokeh a 40 mm
Il diaframma utilizza 11 lamelle arrotondate, una soluzione che contribuisce a mantenere una forma regolare dell’apertura e a rendere più gradevole lo sfocato.
Naturalmente il bokeh non dipende soltanto dal numero di lamelle. La distanza dal soggetto, la distanza dello sfondo, la focale e l’apertura lavorano insieme. Per questo il comportamento del Sigma a 17 mm sarà molto diverso da quello a 40 mm.
A 17 mm l’interesse principale sarà spesso nella relazione tra il soggetto e l’ambiente. A 40 mm, invece, puoi avvicinarti maggiormente al soggetto e sfruttare la combinazione tra focale, distanza e f/1.8 per ottenere uno sfondo più morbido.
Non sostituisce quindi un vero medio tele luminoso per il ritratto. Ma per il ritratto ambientato può essere sorprendentemente efficace.
28 centimetri di distanza minima: un dettaglio che amplia le possibilità
La distanza minima di messa a fuoco è di 28 cm, con un rapporto di ingrandimento massimo di 1:4,8. Non è un obiettivo macro e non va considerato come tale, ma questa capacità di mettere a fuoco relativamente vicino aumenta ulteriormente la sua versatilità.
Puoi utilizzarlo per fotografare dettagli di un ambiente, piccoli oggetti, cibo, elementi naturali o particolari che vuoi isolare dal contesto. A 40 mm la prospettiva diventa inoltre più adatta a questo tipo di fotografia rispetto alla focale più ampia.
Ancora una volta, il vantaggio non è avere un obiettivo specializzato. È poter affrontare situazioni diverse senza dover cambiare lente.
Autofocus: veloce, silenzioso e pensato anche per il video
Il Sigma utilizza il motore HLA, High-response Linear Actuator, che muove direttamente il gruppo di messa a fuoco. Il risultato è un autofocus progettato per essere veloce, preciso e silenzioso.
È una caratteristica importante nella fotografia di persone e negli eventi, ma diventa ancora più interessante quando si utilizza l’obiettivo per i video. Il movimento della messa a fuoco è pensato per essere fluido e il progetto riduce anche il focus breathing, cioè la variazione apparente dell’inquadratura che può verificarsi durante il cambio di messa a fuoco.
Questo non significa che il Sigma trasformi una Fujifilm in una videocamera cinematografica. Significa però che l’obiettivo è stato progettato tenendo in considerazione anche chi alterna fotografia e video e non vuole avere un comportamento completamente diverso tra le due attività.
Lo zoom interno è più importante di quanto sembri
Una delle caratteristiche che si notano meno guardando una scheda tecnica è lo zoom interno. Quando passi da 17 a 40 mm, il barilotto non si allunga e la parte anteriore dell’obiettivo non ruota.
Questa soluzione porta vantaggi pratici. L’equilibrio del sistema rimane più prevedibile, l’obiettivo è comodo da utilizzare su treppiede e gimbal e l’uso di filtri come il polarizzatore diventa più semplice perché la parte frontale non ruota durante la variazione della focale.
Per chi fotografa soltanto a mano libera potrebbe sembrare un dettaglio secondario. Per chi utilizza spesso accessori, video o supporti diventa invece una caratteristica molto concreta.
È davvero un obiettivo compatto?
Qui bisogna essere molto chiari: no, non è piccolo.
La versione Fujifilm X pesa circa 530 grammi e misura circa 72,9 × 118,2 mm. Utilizza filtri da 67 mm. Per uno zoom APS-C f/1.8 è un risultato notevole, soprattutto considerando la complessità del progetto, ma su una fotocamera Fujifilm compatta il suo ingombro si fa sentire.
Su un corpo più grande, come una X-T5 o una X-H2, il rapporto è più equilibrato. Su una macchina molto piccola e leggera può invece risultare piuttosto front-heavy.
Per questo non avrebbe senso descriverlo semplicemente come “leggero”. La domanda corretta è un’altra: è leggero considerando quello che offre?
E qui il giudizio cambia. Per uno zoom con apertura f/1.8 costante, la combinazione tra dimensioni e peso è decisamente interessante.
La costruzione: un vero Sigma Art
La serie Art di Sigma non nasce per inseguire il peso minimo. Il 17-40 mantiene infatti una costruzione solida e una dotazione di comandi pensata per un utilizzo intenso.
La versione Fujifilm X dispone di ghiera dei diaframmi, interruttore AF/MF, blocco della ghiera e possibilità di disattivare gli scatti della ghiera per ottenere un controllo continuo e silenzioso durante le riprese video. Sono dettagli che si sposano bene con la filosofia delle Fujifilm, dove le ghiere fisiche fanno parte dell’esperienza di utilizzo.
L’obiettivo dispone inoltre di pulsanti AFL personalizzabili e di una struttura resistente a polvere e spruzzi. È una protezione utile quando si lavora all’esterno, ma non significa che l’obiettivo sia impermeabile: in presenza di pioggia intensa o acqua è comunque necessario prestare attenzione.
La ghiera dei diaframmi è uno dei suoi punti forti su Fujifilm
Per chi sceglie Fujifilm anche per il modo in cui permette di controllare la fotocamera, la presenza della ghiera dei diaframmi è tutt’altro che secondaria.
Puoi controllare direttamente l’apertura senza entrare nei menu e, quando passi al video, puoi disattivare gli scatti della ghiera per ottenere una variazione più fluida e silenziosa. È inoltre presente un sistema di blocco che aiuta a evitare modifiche involontarie.
È una caratteristica che rende il Sigma più coerente con il modo di utilizzare una Fujifilm rispetto a molti zoom di terze parti che puntano soprattutto sulla compattezza.
Il Sigma 17-40 f/1.8 contro il Fujifilm XF 16-55mm f/2.8 II
Il confronto con il Fujifilm XF 16-55mm F2.8 R LM WR II è inevitabile, perché entrambi possono essere considerati zoom standard professionali per il sistema X, ma partono da filosofie diverse.
Il Fuji offre una gamma più estesa, equivalente a circa 24-84 mm, quindi arriva molto più lontano sul lato tele. È inoltre più leggero. Se vuoi un solo zoom capace di coprire dal paesaggio al ritratto con una maggiore escursione, il 16-55 ha un vantaggio evidente.
Il Sigma risponde con f/1.8 costante. Tra f/1.8 e f/2.8 c’è una differenza di oltre uno stop, e questa differenza può diventare importante quando la luce diminuisce o quando vuoi lavorare con una profondità di campo più ridotta.
Non è quindi una questione di quale sia “migliore”. Sono due obiettivi pensati per esigenze differenti. Il Fuji privilegia maggiormente la gamma focale e la versatilità generale; il Sigma sacrifica parte della portata per offrire una luminosità che normalmente non trovi in uno zoom standard APS-C di questo tipo.
E rispetto al Sigma 18-50mm f/2.8?
Il confronto con il Sigma 18-50mm f/2.8 è ancora più interessante perché i due obiettivi appartengono alla stessa famiglia, ma hanno dimensioni e filosofia completamente diverse.
Il 18-50 è uno degli zoom più interessanti per chi vuole costruire un sistema Fujifilm leggero e compatto. È molto più facile da portare ogni giorno e si abbina bene anche ai corpi più piccoli.
Il 17-40 fa invece una scelta completamente diversa. È più grande, più pesante e offre una gamma più corta, ma in cambio porta con sé f/1.8 costante, la ghiera dei diaframmi e una costruzione più orientata alle prestazioni.
In poche parole, il 18-50 è una scelta soprattutto di portabilità. Il 17-40 è una scelta di luminosità e possibilità fotografiche.
Per chi ha davvero senso?
Eventi
È probabilmente uno degli scenari in cui il Sigma ha più senso. Negli eventi spesso non hai il tempo di cambiare obiettivo e la distanza dal soggetto può cambiare continuamente. A 17 mm puoi raccontare l’ambiente, a 28-35 mm puoi concentrarti sulle persone e a 40 mm puoi realizzare ritratti ambientati.
La possibilità di mantenere f/1.8 lungo tutta l’escursione diventa particolarmente utile quando l’illuminazione è scarsa o irregolare.
Concerti in piccoli locali
Può essere molto efficace quando sei relativamente vicino al palco. I 17 mm permettono di raccontare il rapporto tra musicisti e ambiente, mentre 35-40 mm consentono di stringere l’inquadratura senza dover cambiare obiettivo.
Se invece fotografi concerti da una posizione molto lontana, la focale massima di 40 mm diventa il limite principale e sarà necessario affiancare un teleobiettivo.
Viaggio
Il viaggio è un altro scenario in cui la filosofia del Sigma diventa interessante. Non devi decidere in anticipo se avrai bisogno di un grandangolo moderato o di una focale più stretta. Puoi passare dal paesaggio alla persona, dall’architettura al dettaglio, mantenendo sempre la stessa lente.
Il compromesso è ancora una volta il peso. Se la priorità assoluta è viaggiare con il minimo ingombro possibile, esistono soluzioni più compatte.
Street photography
Qui la questione è più soggettiva. Il 17-40 offre una grande libertà, ma non è un obiettivo discreto. Chi ama fotografare con una piccola focale fissa da 23 o 27 mm potrebbe trovarlo eccessivo per dimensioni e peso.
Chi invece preferisce la possibilità di cambiare rapidamente inquadratura senza cambiare posizione può trovarlo estremamente efficace.
Ritratto ambientato
A 40 mm il Sigma diventa particolarmente interessante. La focale offre una prospettiva naturale per il ritratto ambientato e l’apertura f/1.8 permette di lavorare sulla separazione del soggetto dallo sfondo.
Non sostituisce un 56 o un 75 mm dedicato al ritratto e non pretende di farlo. Il suo vantaggio è permetterti di realizzare quel tipo di fotografia senza rinunciare alla possibilità di tornare immediatamente a 17 mm.
E per chi invece non lo comprerei?
Se la priorità è avere una Fujifilm piccola e leggera, probabilmente sceglierei altro. Se fotografi prevalentemente paesaggi diurni, l’f/1.8 potrebbe essere molto meno importante di una gamma focale più ampia. Se fotografi spesso soggetti lontani, 40 mm sono semplicemente pochi.
Non lo sceglierei neppure soltanto perché “f/1.8 è meglio di f/2.8”. Un’apertura più ampia è un vantaggio, ma ha un costo in termini di dimensioni, peso e prezzo. Se non sfrutti davvero quella luminosità, uno zoom più piccolo può essere una scelta molto più intelligente.
Il limite più evidente: la gamma 17-40 mm
È il compromesso che bisogna accettare.
Il Sigma non è un 16-55 e non è uno zoom da viaggio con una lunga escursione. A 40 mm arriva a circa 60 mm equivalenti, quindi è ottimo per un ritratto ambientato ma non può sostituire un teleobiettivo.
Questo può sembrare uno svantaggio, ma è anche ciò che rende possibile il suo carattere particolare. Mantenere f/1.8 lungo una gamma più ampia avrebbe inevitabilmente portato a un obiettivo ancora più grande.
Il Sigma ha quindi scelto di fermarsi a 40 mm per mantenere un equilibrio tra escursione, luminosità, qualità e dimensioni.
Non è il tuttofare che fa tutto: è uno zoom luminoso che fa molte cose bene
Definirlo semplicemente “tuttofare” sarebbe riduttivo. Un vero tuttofare dovrebbe probabilmente arrivare molto più lontano sul lato tele.
Il Sigma 17-40 è qualcosa di leggermente diverso. È uno zoom standard luminoso pensato per chi vuole mantenere una grande libertà di inquadratura senza rinunciare alle possibilità offerte da un diaframma f/1.8.
Può essere il solo obiettivo nella borsa durante un viaggio. Può essere quello montato su una seconda fotocamera durante un evento. Può diventare lo zoom principale per chi alterna fotografia e video. Può anche essere una soluzione interessante per chi ama i fissi luminosi ma, in determinate situazioni, ha bisogno della flessibilità di uno zoom.
Il vero vantaggio non è cambiare focale. È non dover cambiare obiettivo.
È probabilmente questo il modo più interessante di guardare al Sigma 17-40.
Uno zoom rende apparentemente la fotografia più semplice perché permette di modificare l’inquadratura senza muoversi. Ma in questo caso c’è un vantaggio ulteriore: puoi cambiare prospettiva mantenendo una luminosità che normalmente associamo a un obiettivo a focale fissa.
Puoi osservare una scena, decidere cosa vuoi raccontare e scegliere la focale dopo aver visto realmente ciò che hai davanti. Non devi necessariamente uscire di casa sapendo già che userai il 23, il 27 o il 35 mm.
Puoi iniziare largo, stringere, tornare indietro e cambiare completamente il rapporto tra soggetto e ambiente senza interrompere la situazione.
E quando la luce diminuisce, non devi necessariamente sostituire lo zoom con un fisso luminoso.
È questa la vera ragione per cui un 17-40 f/1.8 può avere senso.
Conclusione
Il Sigma 17-40mm F1.8 DC Art per Fujifilm non è un obiettivo progettato per piacere a tutti. È troppo grande per chi cerca la massima portabilità, troppo corto per chi ha bisogno di un vero tele e troppo specializzato sulla luminosità per chi fotografa quasi sempre in pieno giorno.
Ma proprio questi compromessi gli permettono di avere un’identità molto precisa.
La combinazione tra 17-40 mm, f/1.8 costante, autofocus HLA, zoom interno, ghiera dei diaframmi, costruzione resistente a polvere e spruzzi e capacità di lavorare anche nel video lo rende uno degli zoom APS-C più particolari oggi disponibili per il sistema Fujifilm.
Il suo punto di forza non è una singola caratteristica. È l’insieme.
Puoi fotografare un ambiente a 17 mm, passare a una scena più naturale a 28 mm e arrivare a 40 mm per un ritratto ambientato senza cambiare obiettivo. Puoi lavorare in un locale poco illuminato senza essere costretto ad aumentare immediatamente gli ISO. Puoi sfruttare la profondità di campo ridotta quando serve e chiudere il diaframma quando vuoi maggiore uniformità.
Non è piccolo. Non è leggero in senso assoluto. Non ha una gamma focale enorme.
Ma forse non deve averla.
Il Sigma 17-40mm F1.8 DC Art sembra progettato per una cosa molto precisa: permettere a chi fotografa di concentrarsi sulla scena invece che sull’attrezzatura.
E quando si fotografano eventi, viaggi, persone, reportage o situazioni in cui la luce non è sempre dalla propria parte, questa può essere una qualità molto più importante di qualche millimetro in più sulla ghiera dello zoom.
In breve: cosa offre il Sigma 17-40mm F1.8 DC Art per Fujifilm?
- 17-40 mm di focale, equivalenti a circa 25,5-60 mm su Fujifilm;
- f/1.8 costante lungo tutta l’escursione;
- autofocus HLA veloce, preciso e silenzioso;
- zoom interno;
- ghiera dei diaframmi dedicata per Fujifilm X;
- diaframma a 11 lamelle arrotondate;
- distanza minima di messa a fuoco di 28 cm;
- rapporto di ingrandimento massimo di 1:4,8;
- struttura resistente a polvere e spruzzi;
- filtri da 67 mm;
- circa 530 g nella versione Fujifilm X.
In definitiva, non è lo zoom da scegliere perché vuoi portare con te il minor peso possibile. È lo zoom da prendere in considerazione quando vuoi la flessibilità di uno zoom e la luminosità che normalmente cercheresti in più obiettivi a focale fissa.
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