Perché viaggiare aiuta a vedere

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Viaggiare non ci insegna necessariamente a fotografare meglio. Ci insegna qualcosa di più difficile: a vedere diversamente. Quando arriviamo in un luogo che non conosciamo, tutto sembra avere un significato nuovo. Una strada, una finestra, una persona seduta a un tavolo, il modo in cui entra la luce in una stanza. Anche le cose più semplici attirano la nostra attenzione, non perché siano diventate improvvisamente straordinarie, ma perché siamo noi a non averle ancora rese invisibili attraverso l’abitudine.

Ed è forse questo uno dei motivi per cui viaggio e fotografia sono così profondamente legati. Il viaggio interrompe la nostra capacità di dare tutto per scontato e, quando smettiamo di dare le cose per scontate, iniziamo a guardarle davvero.

Il viaggio cambia la distanza con cui guardiamo le cose

Quando viviamo a lungo nello stesso posto impariamo a conoscerlo così bene da smettere, almeno in parte, di vederlo. Passiamo ogni giorno davanti alla stessa strada, vediamo lo stesso palazzo, attraversiamo la stessa piazza e sappiamo già dove cadrà il sole nel pomeriggio. Il cervello fa quello che sa fare meglio: semplifica. Non abbiamo bisogno di analizzare continuamente ciò che conosciamo e così molte cose finiscono per scomparire dalla nostra attenzione.

Quando invece arriviamo in una città nuova, questa semplificazione non funziona più. Dobbiamo orientarci, capire, osservare. Una strada sconosciuta richiede attenzione, un quartiere nuovo ci obbliga a leggerne la struttura e una cultura diversa ci mette davanti a gesti, abitudini e situazioni che non avevamo mai considerato. La distanza fisica dal luogo in cui viviamo abitualmente diventa anche una distanza mentale, e proprio quella distanza può restituirci uno sguardo più curioso.

La fotografia nasce spesso dalla curiosità

Prima ancora della tecnica c’è una domanda: perché questa cosa mi ha attirato? È una domanda semplice, ma fondamentale. Una fotografia interessante non nasce necessariamente davanti a qualcosa di spettacolare. Può nascere da una luce particolare, da una persona che aspetta un autobus, da una porta socchiusa o da una combinazione casuale di colori.

Il problema è che, nella vita quotidiana, spesso non ci accorgiamo nemmeno di queste cose. Durante un viaggio invece siamo più disponibili: guardiamo le insegne, osserviamo le persone, notiamo l’architettura, ci accorgiamo di come cambia la luce e ci fermiamo davanti a qualcosa che, in un altro momento, avremmo semplicemente oltrepassato. Non è il luogo a produrre automaticamente fotografie migliori. È la nostra attenzione a essere diversa.

Viaggiare rompe la routine dello sguardo

La routine è utile. Ci permette di vivere senza dover prendere continuamente decisioni, ma per la fotografia può diventare un problema. Quando tutto ci è familiare, smettiamo di interrogarci su ciò che vediamo. Il viaggio fa l’opposto: ci costringe a ricominciare.

Una strada che non conosciamo richiede attenzione, un quartiere sconosciuto ci obbliga a osservare la sua struttura e una città diversa ci mette davanti a proporzioni, colori e relazioni che non avevamo mai visto. È una forma di allenamento dello sguardo. E la cosa interessante è che questo allenamento può continuare anche quando torniamo a casa.

Il vero esercizio è fotografare ciò che pensavi di conoscere

Una delle sfide più interessanti per un fotografo non è fotografare una città mai vista. È fotografare bene la propria. Il viaggio ci offre continuamente soggetti nuovi, mentre casa nostra no. Ed è proprio per questo che fotografare il luogo in cui viviamo può diventare un esercizio molto più profondo.

Prova a percorrere una strada che conosci senza avere la macchina fotografica in mano. Guardala. Non cercare fotografie. Osserva semplicemente. Poi torna nello stesso posto con la fotocamera: la tua attenzione sarà già cambiata. Avrai iniziato a vedere dettagli che prima non esistevano, almeno per te. Non perché siano comparsi, ma perché hai imparato a riconoscerli.

Il viaggio ci insegna anche a non fotografare tutto

Quando arriviamo in un posto nuovo può succedere anche l’opposto: fotografiamo troppo. Ogni cosa sembra degna di essere conservata, ogni panorama diventa una fotografia, ogni monumento deve finire nel rullino e ogni tramonto sembra irripetibile. È comprensibile, ma dopo qualche giorno può arrivare una consapevolezza importante: non tutto ciò che è interessante da vivere è interessante da fotografare.

E questa distinzione è preziosa. Una fotografia non deve dimostrare che siamo stati in un luogo. Deve raccontare, almeno per noi, perché quel momento ci ha fatto fermare. Il viaggio può insegnarci anche a selezionare, a lasciare andare e a non fotografare qualcosa soltanto perché è davanti a noi.

La fotografia di viaggio non è una collezione di cartoline

Uno dei rischi della fotografia di viaggio è trasformarla in una successione di immagini prevedibili: il monumento, la piazza, il panorama, il tramonto, il piatto tipico. La fotografia turistica non è necessariamente una fotografia sbagliata, ma può diventare facilmente una fotografia che appartiene al luogo più che al fotografo.

Una buona fotografia di viaggio dovrebbe invece raccontare come hai visto quel luogo, non soltanto quale luogo hai visto. È una differenza enorme. Due persone possono fotografare la stessa città e tornare a casa con immagini completamente diverse: una può essere attratta dall’architettura, un’altra dalle persone, un’altra ancora dalle ombre, dai colori o dai piccoli dettagli. Non esiste necessariamente un modo più corretto. Esiste uno sguardo più personale.

Il viaggio ci mette davanti a persone che non conosciamo

Fotografare persone in un luogo nuovo richiede ancora più attenzione. Non basta vedere una scena interessante: bisogna capire se quella scena merita davvero di essere fotografata e, soprattutto, come farlo senza trasformare chi abbiamo davanti in un semplice elemento decorativo.

Il viaggio può insegnarci una cosa fondamentale: guardare non significa possedere. Una persona non è un soggetto soltanto perché si trova davanti alla nostra fotocamera. Ha una storia, un contesto e una dignità che esistono indipendentemente dalla fotografia. Questo non significa rinunciare alla street photography, ma praticarla con maggiore consapevolezza: osservare prima di scattare, capire quando avvicinarsi e quando è meglio lasciare la scena così com’è.

Quando cambia il luogo, cambia anche il nostro modo di fotografare

Un viaggio può modificare persino il modo in cui utilizziamo la fotocamera. Potremmo accorgerci che non abbiamo bisogno di tre obiettivi, scoprire che una sola focale ci basta per un’intera giornata oppure capire che preferiamo fotografare più lentamente. Potremmo anche scoprire che il mirino è fondamentale per noi o, al contrario, che fotografare attraverso lo schermo ci viene più naturale.

Il viaggio mette l’attrezzatura in una situazione reale e, in quella situazione, scopriamo cosa ci serve davvero. Non quello che ci hanno detto di comprare, non quello che sembra indispensabile leggendo una scheda tecnica, ma quello che utilizziamo davvero.

Viaggiare insegna il valore della lentezza

Non tutti i viaggi sono lenti e non tutte le fotografie devono esserlo. Ma viaggiare può restituirci una cosa che nella vita quotidiana perdiamo facilmente: il tempo di osservare. Una fotografia interessante spesso richiede pochi secondi in più. Restare, aspettare che una persona entri nella luce, attendere che due elementi si allineino, lasciare che la scena cambi.

Non premere subito. Il viaggio ci ricorda che non dobbiamo necessariamente correre da un’immagine all’altra. A volte la fotografia migliore arriva proprio quando smettiamo di cercarla.

La luce di un luogo nuovo ci sembra diversa

Ogni luogo ha una propria relazione con la luce. Non soltanto per ragioni geografiche: contano l’architettura, la disposizione delle strade, il colore delle superfici, la presenza dell’acqua, la densità degli edifici e persino il modo in cui le persone utilizzano gli spazi.

Quando siamo abituati alla luce di casa, spesso smettiamo di notarla. In un luogo nuovo invece la luce diventa immediatamente evidente. Ed è uno degli aspetti più interessanti da osservare durante un viaggio. Non chiederti soltanto cosa fotografare. Chiediti: come sta illuminando questo posto? La risposta può cambiare completamente le fotografie che porterai a casa.

Una fotocamera piccola può cambiare il modo in cui viaggi

Esiste anche un rapporto molto concreto tra viaggio e attrezzatura. Più materiale portiamo, più spesso siamo portati a pensare all’attrezzatura: quale obiettivo usare, quale cambiare, se abbiamo portato abbastanza batterie, se dobbiamo modificare un’impostazione. Non c’è niente di sbagliato nella fotografia tecnica, ma in viaggio può essere liberatorio ridurre le decisioni.

Una fotocamera compatta con una focale che conosci bene può diventare uno strumento straordinariamente efficace. Non perché sia tecnicamente superiore, ma perché ti permette di pensare meno all’attrezzatura e più a ciò che hai davanti.

Il viaggio non migliora automaticamente il fotografo

Questa forse è la parte più importante. Viaggiare non rende automaticamente più bravi. Puoi attraversare mezzo mondo e continuare a fotografare esattamente nello stesso modo. Puoi riempire una scheda di memoria senza aver realmente osservato nulla e puoi tornare con mille fotografie senza avere una sola immagine che dica davvero qualcosa.

Il viaggio offre un’opportunità, non una garanzia. Sta a noi decidere se utilizzarla. Per vedere davvero bisogna essere disponibili a cambiare punto di vista.

E quando torni a casa?

È qui che il viaggio diventa davvero interessante. Perché prima o poi torni. La valigia viene disfatta, la fotocamera torna sul solito tavolo e le strade sono di nuovo quelle di sempre. Ed è proprio allora che puoi capire se il viaggio ha cambiato davvero il tuo modo di vedere.

Se riesci a guardare la tua città con la stessa curiosità con cui guardavi quella sconosciuta, se noti una luce che prima ignoravi, se ti accorgi di una persona, di una finestra o di un’ombra, allora il viaggio ha lasciato qualcosa. Potresti percorrere una strada familiare e pensare semplicemente: non l’avevo mai vista così.

Un esercizio semplice: fai il turista nella tua città

Non serve necessariamente prendere un aereo. Prova a fare qualcosa di molto più difficile: prendi la tua fotocamera e visita un luogo della tua città in cui non vai mai, oppure percorri una strada conosciuta in un orario insolito.

Non cercare i monumenti e non cercare fotografie spettacolari. Per un’ora prova semplicemente a osservare. Fotografa solo ciò che ti costringe a fermarti. Alla fine riguardati le immagini e non chiederti quali siano tecnicamente migliori. Chiediti invece: quali immagini raccontano davvero ciò che ho visto?

Perché viaggiare aiuta davvero a vedere

Forse, alla fine, il motivo è tutto qui. Viaggiare ci allontana abbastanza dalle nostre abitudini da permetterci di accorgerci di ciò che normalmente ignoriamo. Ci rende curiosi, ci rende più presenti, ci costringe a osservare e ci ricorda che il mondo non è fatto soltanto delle cose che conosciamo già.

E la fotografia nasce proprio da questo atteggiamento. Non dalla fotocamera, non dall’obiettivo e nemmeno dai megapixel. Dalla disponibilità a guardare.

Per questo il viaggio può essere una delle migliori palestre fotografiche che esistano. Non perché ci mette davanti a soggetti migliori, ma perché, per qualche tempo, ci rende nuovamente capaci di sorprenderci.

Conclusione

Una delle cose più belle che può fare la fotografia è restituirci attenzione. Il viaggio, in questo senso, può fare la stessa cosa. Ci porta lontano per permetterci, qualche volta, di tornare a vedere vicino: una strada che conosciamo, una persona che incontriamo ogni giorno, la luce che entra dalla stessa finestra, il quartiere che abbiamo smesso di guardare.

Forse viaggiare non serve soltanto a scoprire posti nuovi. Serve anche a ricordarci che nessun posto è davvero visto una volta per tutte.

E quando impariamo a portare quello sguardo anche a casa, la fotografia cambia. Non abbiamo più necessariamente bisogno di andare lontano per trovare qualcosa da fotografare. Abbiamo soltanto bisogno di tornare a guardare.

Perché fotografare, prima ancora di essere un modo per conservare ciò che abbiamo visto, è un modo per imparare a vedere.

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