Fujifilm XF 56mm f/1.2: il ritratto secondo Fujifilm

Ci sono obiettivi che servono a fotografare un soggetto. E poi ci sono obiettivi che sembrano progettati per decidere come quel soggetto verrà percepito.

Il Fujifilm XF 56mm f/1.2 appartiene decisamente alla seconda categoria.

Da anni è una delle ottiche più rappresentative del sistema Fujifilm X quando si parla di ritratto. La sua focale, la grande apertura e la capacità di separare il soggetto dallo sfondo lo hanno trasformato in una sorta di riferimento naturale per chi vuole portare la fotografia con sensore APS-C verso un linguaggio più intimo e selettivo.

Ma c’è qualcosa di più interessante delle sue specifiche.

Del 56mm f/1.2 esistono infatti tre interpretazioni molto diverse: la versione originale, la particolare variante APD e la più recente versione R WR.

La focale rimane la stessa. L’idea di fondo cambia.

E scegliere tra queste tre lenti significa, in parte, scegliere anche come vuoi raccontare una persona.

Che focale è davvero il 56mm su Fujifilm?

Su una fotocamera Fujifilm con sensore APS-C, il 56mm offre un angolo di campo equivalente a circa 85mm nel formato full frame.

È una delle focali classiche del ritratto.

Abbastanza lunga da permettere di fotografare una persona senza doverle stare troppo vicino, ma non così estrema da trasformare ogni immagine in un ritratto fortemente compresso.

La prospettiva è più selettiva rispetto a quella di un 35mm o di un 23mm. L’ambiente passa in secondo piano e il soggetto acquista maggiore importanza.

Ma il vero vantaggio non è soltanto la distanza.

È la possibilità di costruire una relazione visiva più concentrata.

Il 56mm ti permette di osservare il soggetto senza entrare eccessivamente nel suo spazio. Per un ritratto questo può fare una differenza enorme: la persona può sentirsi meno invasa e il fotografo può lavorare con maggiore discrezione.

f/1.2: quando l’apertura diventa parte del linguaggio

La caratteristica che rende il 56mm immediatamente riconoscibile è naturalmente la sua apertura massima di f/1.2.

Su una focale equivalente a circa 85mm, un’apertura così ampia permette di ottenere una profondità di campo molto ridotta.

Il soggetto può emergere con grande decisione mentre lo sfondo si trasforma in una massa morbida e progressivamente meno leggibile.

Ma f/1.2 non significa semplicemente “più bokeh”.

Significa anche poter lavorare con maggiore libertà in condizioni di luce ambiente. Un ritratto vicino a una finestra, una scena al tramonto, un interno poco illuminato o una strada durante l’ora blu possono essere fotografati mantenendo tempi di scatto adeguati senza dover necessariamente spingere gli ISO ai livelli più alti.

Naturalmente la profondità di campo diventa molto ridotta.

Su un ritratto ravvicinato, mettere a fuoco un occhio significa accettare che altre parti del volto possano progressivamente uscire dal piano di fuoco.

È un limite soltanto se si cerca di evitarlo.

Quando viene utilizzato consapevolmente, diventa parte della composizione.

La prima versione: il 56mm che ha costruito la sua reputazione

Il primo XF56mmF1.2 R è quello che ha dato al 56mm gran parte della sua fama.

È un obiettivo relativamente grande rispetto ai piccoli fissi Fujifilm, ma rimane comunque molto più compatto di molte soluzioni equivalenti progettate per il formato full frame.

Non è tropicalizzato e il suo autofocus appartiene chiaramente a una generazione precedente rispetto alle ottiche Fujifilm più recenti.

Ma la sua caratteristica più interessante è la resa.

A f/1.2 il centro può offrire una buona quantità di dettaglio, mentre l’immagine tende a risultare meno uniforme e più morbida nelle zone periferiche rispetto alla versione WR.

Questo non significa che la lente sia poco nitida.

Significa che non è stata progettata per apparire perfettamente corretta in ogni punto del fotogramma.

Ed è proprio questa caratteristica che ha contribuito alla sua reputazione tra i fotografi di ritratto.

Il bokeh della prima versione

Quando si parla del 56mm originale, il termine “carattere” viene utilizzato molto spesso.

Il motivo è soprattutto il modo in cui il soggetto passa progressivamente fuori fuoco.

A f/1.2 lo sfondo può diventare molto morbido, ma la transizione non è necessariamente brutale. In determinate condizioni il risultato conserva una certa naturalezza, evitando che il soggetto sembri semplicemente ritagliato e incollato davanti a uno sfondo completamente cancellato.

È una resa che molti fotografi trovano particolarmente adatta al ritratto.

Non perché sia tecnicamente superiore in assoluto, ma perché può dare alla fotografia una sensazione meno clinica.

Il volto rimane protagonista, mentre lo sfondo continua a contribuire all’atmosfera.

XF 56mm f/1.2 APD: quando il bokeh diventa una scelta progettuale

La versione più particolare della famiglia è probabilmente la XF56mmF1.2 R APD.

APD significa Apodization Filter, cioè un filtro di apodizzazione inserito nello schema ottico per rendere più graduale la transizione verso le aree fuori fuoco.

Non è semplicemente un filtro aggiunto per aumentare il bokeh.

La sua funzione è modificare il modo in cui la luce proveniente dalle zone periferiche dell’obiettivo contribuisce all’immagine, producendo transizioni più morbide e un aspetto particolarmente delicato nelle aree fuori fuoco.

Ed è qui che il 56mm APD diventa interessante.

Non cerca di essere una versione più veloce o più moderna del 56mm originale.

Cerca di essere più particolare.

Il prezzo dell’APD: la luce e l’autofocus

L’apodizzazione, però, non è gratuita.

Il filtro riduce la quantità di luce effettivamente trasmessa all’immagine rispetto al semplice valore geometrico f/1.2. La lente mantiene quindi la capacità di produrre la profondità di campo associata a f/1.2, ma la trasmissione effettiva è inferiore.

Questo viene indicato anche attraverso il valore T-stop, che è circa T1.7.

In pratica, quando fotografi, devi considerare una maggiore perdita di luce rispetto alla versione standard.

Anche l’autofocus rappresenta un compromesso. La versione APD utilizza un sistema meno adatto alle prestazioni AF più rapide rispetto alla versione standard, rendendola una scelta più specialistica.

Ed è proprio questo il punto.

L’APD non è la versione da scegliere se vuoi semplicemente “il 56mm migliore”.

È la versione da scegliere se il modo in cui viene disegnato lo sfondo è parte importante della tua fotografia.

La nuova XF 56mm f/1.2 R WR

Con la XF56mmF1.2 R WR, Fujifilm ha preso la stessa idea di base e l’ha portata in una generazione completamente diversa.

La nuova versione è tropicalizzata, dispone di un sistema autofocus molto più moderno e offre una resa ottica sensibilmente più uniforme.

La distanza minima di messa a fuoco scende inoltre da circa 0,7 metri della versione originale a 0,5 metri, aumentando notevolmente la versatilità per ritratti più stretti e dettagli.

È un obiettivo progettato per essere utilizzato senza dover accettare gli stessi compromessi della prima generazione.

La nitidezza a f/1.2 è molto elevata e la resa è più uniforme, con un’immagine complessivamente più precisa e moderna.

È il 56mm per chi vuole ancora l’apertura f/1.2, ma desidera anche prestazioni ottiche e operative più vicine agli standard attuali.

La WR è migliore?

Se parliamo esclusivamente di prestazioni tecniche, la risposta è sostanzialmente sì.

La versione WR offre un autofocus più rapido, una costruzione tropicalizzata, una migliore capacità di messa a fuoco ravvicinata e una qualità ottica più elevata già a tutta apertura.

Ma dire che è semplicemente “migliore” rischia di perdere una parte importante del discorso.

La prima versione è stata amata proprio per alcuni dei compromessi che la WR riduce.

La nuova lente è più corretta.

La vecchia può apparire più indulgente.

La nuova descrive.

La vecchia, in determinate situazioni, interpreta.

Tre 56mm, tre modi di fotografare

È questo che rende particolarmente interessante la famiglia del 56mm.

La prima versione rappresenta l’interpretazione più classica: grande apertura, resa caratteriale e una certa morbidezza a tutta apertura.

L’APD porta il discorso ancora più lontano, utilizzando l’apodizzazione per ottenere transizioni nel fuori fuoco particolarmente morbide e delicate, accettando in cambio compromessi sulla trasmissione della luce e sull’autofocus.

La WR rappresenta invece la modernizzazione del concetto: maggiore nitidezza, maggiore uniformità, autofocus più rapido, tropicalizzazione e distanza minima di messa a fuoco ridotta.

Non sono quindi tre semplici generazioni dello stesso obiettivo.

Sono tre interpretazioni dello stesso linguaggio.

Il 56mm è la lente della distanza rispettosa

Una focale equivalente a circa 85mm cambia anche il modo in cui ti rapporti alla persona che stai fotografando.

Non devi stare vicino come con un 23mm o un 35mm. Puoi lasciare al soggetto una maggiore quantità di spazio personale.

Questa distanza può essere particolarmente utile nel ritratto.

La persona può rilassarsi maggiormente. Il fotografo può osservare senza intervenire continuamente. E l’immagine può nascere da un gesto, da un’espressione o da un momento che non è stato costruito esclusivamente per la macchina fotografica.

Il 56mm non è quindi soltanto una lente che “isola”.

È una lente che permette di osservare.

Ritratto stretto: dove il 56mm dà il meglio

Quando il soggetto occupa gran parte dell’inquadratura, il 56mm diventa particolarmente efficace.

Il volto può essere fotografato senza le deformazioni prospettiche più evidenti che possono comparire utilizzando focali più corte a distanza ravvicinata.

La prospettiva appare più naturale e il soggetto può essere isolato dallo sfondo con grande efficacia.

Con la versione WR, la distanza minima di 50 cm permette inoltre di avvicinarsi maggiormente rispetto alla prima generazione, rendendo possibile lavorare con inquadrature ancora più strette.

È qui che l’f/1.2 diventa davvero protagonista.

Ritratto ambientato: non serve sempre un 35mm

Il 56mm viene spesso associato esclusivamente al primo piano.

In realtà può essere utilizzato anche per il ritratto ambientato.

Basta aumentare la distanza dal soggetto e lasciare che una parte dell’ambiente entri nell’inquadratura.

Il risultato sarà diverso da quello ottenibile con un 35mm o un 23mm: lo spazio apparirà più raccolto e il rapporto tra soggetto e sfondo sarà più concentrato.

Può essere particolarmente efficace quando vuoi mostrare un luogo senza permettere che l’ambiente diventi il protagonista.

La fotografia in luce ambiente

Un’apertura di f/1.2 rende il 56mm particolarmente interessante anche quando lavori senza illuminazione artificiale.

Una finestra può diventare la fonte principale di luce. Una lampada può essere sufficiente per costruire l’atmosfera di un ritratto. Il crepuscolo può diventare parte integrante della fotografia invece di essere semplicemente un problema di esposizione.

Il 56mm non serve quindi soltanto a ottenere sfocato.

Serve anche a continuare a fotografare quando la luce disponibile comincia a diminuire.

Il bokeh: tre modi diversi di interpretarlo

Con il 56mm il bokeh non è un semplice effetto collaterale.

È una parte importante del linguaggio dell’obiettivo.

La versione originale offre un fuori fuoco morbido e caratteriale, soprattutto nelle condizioni in cui viene utilizzata a tutta apertura.

La versione APD spinge ulteriormente verso transizioni più progressive e un aspetto particolarmente cremoso nelle aree fuori fuoco.

La versione WR mantiene una grande capacità di separazione ma privilegia maggiormente nitidezza, contrasto e uniformità.

Se il tuo modo di fotografare considera lo sfondo una componente espressiva fondamentale, queste differenze possono diventare più importanti della semplice quantità di dettaglio.

Quando scegliere la prima versione

Il primo XF 56mm f/1.2 ha ancora molto senso per chi cerca soprattutto carattere e resa.

È interessante se non hai bisogno di un autofocus modernissimo, se fotografi principalmente soggetti relativamente statici e se apprezzi una resa meno uniforme e più morbida a tutta apertura.

Può inoltre essere una scelta molto interessante nel mercato dell’usato, soprattutto quando viene trovato a un prezzo sensibilmente inferiore alla versione WR.

Non bisogna però acquistarlo pensando che sia semplicemente una versione economica della WR.

È un obiettivo con una personalità propria.

Quando scegliere l’APD

L’APD è probabilmente la versione più specialistica.

Ha senso soprattutto per chi fotografa ritratti con un approccio molto personale e considera la resa del fuori fuoco una parte fondamentale dell’immagine.

Bisogna però accettare i compromessi: minore trasmissione della luce e autofocus meno adatto alle situazioni dinamiche.

Non è quindi la scelta più versatile.

È la scelta per chi sa già perché vuole proprio quel tipo di resa.

Quando scegliere la WR

La XF56mmF1.2 R WR è la scelta più completa se vuoi utilizzare il 56mm in maniera più universale.

La tropicalizzazione permette di lavorare con maggiore tranquillità all’aperto, l’autofocus è molto più adatto alle fotocamere moderne e la qualità ottica è elevatissima già a f/1.2.

La distanza minima di 50 cm amplia inoltre le possibilità di utilizzo, permettendo di passare dal ritratto ambientato a inquadrature molto più strette senza dover cambiare obiettivo.

È la versione da scegliere quando vuoi il concetto del 56mm f/1.2 senza voler convivere con i limiti della prima generazione.

Il 56mm non è soltanto un obiettivo da ritratto

La sua focale può essere utilizzata anche per dettagli, particolari architettonici, fotografia di strada più discreta e soggetti lontani che vuoi isolare dall’ambiente.

La grande apertura permette inoltre di trasformare elementi apparentemente banali in composizioni molto più selettive.

Un fiore, un dettaglio di un edificio, una persona dall’altra parte della strada o un oggetto su un tavolo possono diventare il soggetto principale semplicemente modificando la profondità di campo.

Il 56mm non è quindi una lente esclusivamente da studio.

È una lente che porta una certa idea del ritratto anche nella fotografia quotidiana.

Il limite: la focale non perdona sempre

La stessa caratteristica che rende il 56mm interessante può diventare un limite.

In uno spazio molto stretto, 85mm equivalenti possono essere difficili da gestire. Se vuoi includere molto ambiente, devi arretrare. Se non hai spazio dietro di te, la composizione può diventare rapidamente complicata.

Non è quindi una lente universale come un 23mm o un 35mm.

È più selettiva.

Ed è proprio per questo che, quando trovi la situazione giusta, può risultare così efficace.

La vera differenza tra le tre versioni

Alla fine si potrebbe riassumere il carattere delle tre versioni in modo molto semplice.

La prima versione è quella che conserva maggiormente il carattere originale del progetto: grande apertura, resa particolare e un comportamento meno moderno.

La APD porta la ricerca del fuori fuoco ancora più avanti, sacrificando parte della versatilità per ottenere transizioni più delicate.

La WR prende invece il concetto del 56mm f/1.2 e lo trasforma in uno strumento moderno, più rapido, più resistente e otticamente più corretto.

La prima versione racconta.

L’APD interpreta.

La WR descrive con grande precisione.

Nessuna delle tre è semplicemente “quella giusta”. Dipende da quale linguaggio vuoi parlare.

Conclusione

Il Fujifilm XF 56mm f/1.2 è diventato un’ottica iconica del sistema X perché riesce a fare qualcosa di molto preciso: prendere una focale da ritratto classica e trasformarla in uno strumento capace di lavorare sulla profondità, sulla distanza e sull’atmosfera.

La prima versione conserva un carattere particolare e una resa che molti fotografi continuano ad apprezzare proprio per la sua imperfezione.

L’APD rappresenta l’interpretazione più estrema e specialistica, dedicata a chi considera la qualità del fuori fuoco parte essenziale del proprio linguaggio.

La WR, invece, è la risposta moderna: più nitida, più rapida, tropicalizzata e molto più versatile nell’utilizzo quotidiano.

Il punto, però, non è stabilire quale sia la migliore.

Il punto è capire quale tipo di fotografia vuoi ottenere.

Perché il 56mm non serve soltanto ad avvicinare il soggetto.

Serve a creare distanza, selezionare ciò che vuoi mostrare e lasciare che tutto il resto scivoli lentamente fuori fuoco.

E forse è proprio questa la sua idea più bella: non fotografare tutto.

Scegliere cosa lasciare dentro.

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