
Introduzione
Ci sono fotografi che cercano il momento giusto. Altri cercano la luce giusta. Josef Koudelka cerca qualcosa di diverso: il punto in cui non sai più dove stare. E decide di restarci.
Le sue fotografie non raccontano una storia in modo tradizionale, non spiegano un contesto e non offrono soluzioni. Ti mettono davanti a qualcosa che non si risolve.
Ed è proprio lì che comincia lo sguardo.
A — Apolide
Koudelka non è soltanto un fotografo che ha vissuto a lungo senza una patria. È diventato, nel tempo, una figura profondamente legata all’idea di non appartenere.
Dopo aver fotografato l’invasione sovietica di Praga nel 1968, lascia la Cecoslovacchia e diventa apolide per anni.
Nelle sue immagini, però, l’apolidia non è soltanto una condizione politica o geografica. Diventa quasi uno stato mentale: un modo di stare nel mondo senza cercare necessariamente un centro stabile.
B — Black & White
Il bianco e nero di Koudelka non è semplicemente una scelta estetica.
È sottrazione.
Togliere il colore significa eliminare una possibile via di fuga e lasciare emergere il rapporto tra corpi, spazio, luce e tensione.
Il suo bianco e nero non cerca eleganza. È duro quando deve esserlo, profondo quando serve, essenziale quasi sempre.
Non è un filtro applicato alla realtà.
È parte del modo in cui Koudelka la guarda.
C — Corpo
Nei suoi lavori il corpo umano raramente appare come elemento dominante o celebrativo.
È una presenza fragile dentro qualcosa di più grande.
I corpi possono essere piegati, compressi, in movimento, confusi all’interno di una folla o quasi inghiottiti dal paesaggio.
Non controllano sempre la scena.
Spesso la subiscono.
Ed è proprio questa vulnerabilità a renderli così profondamente umani.
D — Disagio
Koudelka fotografa il disagio senza trasformarlo necessariamente in spettacolo.
Non alza la voce. Non costruisce spiegazioni. Non sembra cercare un giudizio morale immediato.
Il disagio rimane nell’immagine come una tensione silenziosa.
E se quella tensione continua a seguirci dopo aver smesso di guardare la fotografia, forse è perché non riguarda soltanto ciò che abbiamo visto.
Riguarda anche noi.
E — Erranza
Camminare è una parte fondamentale del modo in cui Koudelka fotografa.
Le sue immagini sembrano nascere dall’erranza più che da un percorso rigidamente programmato.
Si cammina senza sapere esattamente cosa si troverà, ma con una direzione interiore abbastanza forte da permettere di riconoscere qualcosa quando finalmente appare.
Fotografare diventa così una conseguenza del movimento.
Prima viene il cammino. Poi l’immagine.
F — Frontiera
Molte fotografie di Koudelka sembrano vivere su una soglia.
- tra individuo e collettività;
- tra ordine e caos;
- tra appartenenza e distanza;
- tra casa e strada;
- tra presenza e assenza.
Koudelka raramente sembra occupare completamente uno dei due lati.
Rimane sulla linea.
G — Gitani
Il lungo lavoro di Koudelka sulle comunità Rom, conosciuto anche attraverso il progetto Gypsies, non può essere letto semplicemente come un reportage etnografico.
Il suo interesse va oltre la descrizione di una comunità. Le fotografie raccontano anche una condizione di marginalità, movimento e appartenenza precaria.
Koudelka non sembra interessato a osservare un mondo da una distanza completamente neutrale.
Il suo rapporto con le persone fotografate nasce dalla vicinanza e dalla condivisione del tempo.
H — Heimat, una casa che non c’è
La parola tedesca Heimat richiama l’idea di patria, casa, luogo di appartenenza.
È un concetto particolarmente interessante per leggere Koudelka.
Nelle sue immagini il luogo raramente appare come qualcosa di definitivo. È piuttosto un passaggio, una condizione temporanea, uno spazio attraversato.
La casa può esistere, ma non rappresenta necessariamente la stabilità.
Il vero luogo di Koudelka sembra essere spesso il transito.
I — Invasione
Le fotografie realizzate durante l’invasione sovietica di Praga nel 1968 sono tra i lavori più importanti della sua carriera.
Non sono fotografie costruite per trasformare il fotografo in un eroe.
Sono vicine, concitate, talvolta apparentemente instabili.
Non cercano soltanto di raccontare la Storia con la maiuscola.
Mostrano come ci si sente dentro la Storia quando arriva improvvisamente.
Ed è proprio questa dimensione fisica e umana a renderle ancora così potenti.
J — Junk space umano
Strade, piazze, campi, margini e spazi di passaggio.
Koudelka fotografa spesso luoghi che non sono stati progettati per essere belli.
Sono spazi attraversati, abbandonati, provvisori.
Luoghi dove le persone finiscono, più che luoghi verso cui stanno andando.
È una geografia umana fatta di margini.
K — Koudelka non consola
Nelle fotografie di Koudelka non bisogna necessariamente cercare una redenzione.
Non c’è una speranza confezionata per lo spettatore e non c’è sempre una risposta.
Le sue immagini non sembrano volerci far sentire migliori.
Sembrano volerci far sentire di più.
L — Lentezza
Koudelka non sembra fotografare per accumulare immagini.
Fotografa per capire quando fermarsi.
La sua fotografia può apparire lenta non perché manchi l’azione, ma perché le immagini chiedono tempo.
Non si esauriscono necessariamente al primo sguardo.
M — Margine
I margini, nel lavoro di Koudelka, diventano quasi un centro.
Chi è fuori. Chi non rientra. Chi vive in una posizione instabile. Chi non trova facilmente un posto.
È lì che il suo sguardo torna continuamente.
Il margine non è periferia.
È un punto di osservazione.
N — Negativo
Non soltanto nel senso tecnico del negativo fotografico.
Il negativo, in Koudelka, può essere inteso come un modo di lavorare per sottrazione.
Eliminare il superfluo. Evitare spiegazioni eccessive. Lasciare che l’immagine mantenga una parte di mistero.
La fotografia non deve necessariamente dire tutto.
Deve lasciare qualcosa allo spettatore.
O — Ossessione
Nel lavoro di Koudelka ritornano forme, posture, paesaggi e situazioni.
Non è semplice ripetizione.
È scavo.
Tornare sulle stesse domande permette di approfondirle invece di esaurirle.
P — Panorama
Nei suoi panorami l’uomo può diventare piccolo.
Non necessariamente per essere umiliato, ma per essere ricollocato all’interno di una scala più ampia.
Il paesaggio non è semplicemente uno sfondo.
Diventa una presenza silenziosa, capace di modificare completamente il significato della figura umana.
Q — Quiete inquieta
Anche quando apparentemente non accade nulla, nelle fotografie di Koudelka qualcosa sembra essere già successo.
Le immagini possono apparire immobili, ma contengono una vibrazione difficile da definire.
È una quiete inquieta, nella quale il silenzio non coincide mai completamente con la tranquillità.
R — Restare
Koudelka sembra spesso restare dove altri passano.
Resta nel disagio.
Resta nel dubbio.
Resta nella distanza.
Ed è proprio questo restare che permette alla fotografia di andare oltre la semplice registrazione di un momento.
S — Silenzio
Le sue fotografie non urlano.
Non spiegano tutto.
Non accompagnano necessariamente lo spettatore verso una conclusione.
Stanno lì.
E chiedono di essere guardate.
T — Tempo
Il tempo nei lavori di Koudelka non appare sempre lineare.
Può sembrare sospeso, irregolare, quasi circolare.
Un’immagine può appartenere a un momento preciso e contemporaneamente sembrare parlare di qualcosa che è accaduto prima o che potrebbe accadere dopo.
È un tempo fotografico che non si lascia consumare rapidamente.
U — Umanità
L’umanità di Koudelka non è idealizzata.
Non è eroica.
È semplicemente umana.
Fragile, contraddittoria, fisica, a volte marginale e a volte completamente immersa nella folla.
Ed è proprio l’assenza di idealizzazione a renderla così vicina.
V — Visione
Koudelka non insegna soltanto come fotografare.
Insegna soprattutto come stare.
Come stare davanti a qualcosa che non comprendiamo immediatamente. Come rimanere abbastanza a lungo da permettere allo sguardo di cambiare.
W — Wanderer
Il wanderer è colui che cammina.
Koudelka è profondamente legato a questa figura: un fotografo che attraversa luoghi e situazioni senza avere sempre bisogno di possederli.
Fotografa perché cammina.
E cammina perché guarda.
X — X come incognita
Ogni fotografia di Koudelka sembra conservare qualcosa di irrisolto.
Non tutto deve essere spiegato.
Non tutto deve avere una risposta.
L’incognita non è un difetto dell’immagine.
È parte della sua forza.
Y — You: tu
Alla fine, davanti alle fotografie di Koudelka rimane lo spettatore.
Se qualcosa ti mette a disagio, non passare subito oltre.
Se qualcosa non ti piace, guardala ancora.
La fotografia può diventare interessante proprio nel momento in cui smette di offrirci una risposta immediata.
Z — Zavorra
Koudelka insegna anche a togliere peso.
Non ad aggiungerne.
Togliere aspettative, spiegazioni, categorie e preconcetti per lasciare che l’immagine possa esistere senza essere immediatamente classificata.
La leggerezza, in questo senso, non significa superficialità.
Significa avere meno cose tra sé e ciò che si sta guardando.
Perché Koudelka conta ancora oggi
In un’epoca che chiede velocità, spiegazioni e consenso, Josef Koudelka insegna una cosa apparentemente controcorrente: restare quando non sai cosa fare.
Non fotografare immediatamente.
Non cercare per forza una risposta.
Non trasformare ogni esperienza in una storia facile da consumare.
Rimanere abbastanza a lungo davanti alla realtà da permettere allo sguardo di cambiare.
È una lezione particolarmente attuale in un mondo nel quale abbiamo più immagini che mai, ma sempre meno tempo per guardarle davvero.
Conclusione
Josef Koudelka non è un fotografo da imitare.
È un fotografo da attraversare.
Il suo lavoro insegna che la fotografia può nascere dal movimento, dall’estraneità, dal margine e persino dal disagio.
Ma soprattutto insegna che guardare non significa necessariamente capire subito.
A volte significa rimanere.
Rimanere davanti a qualcosa che non sappiamo spiegare. Rimanere dentro una situazione che non possiamo controllare. Rimanere abbastanza a lungo perché una fotografia smetta di essere soltanto un’immagine e diventi una domanda.
Forse è proprio questa la lezione più profonda di Koudelka:
non devi sempre sapere dove stai andando per sapere che vale la pena continuare a guardare.
Leggi anche
Luigi Ghirri: quando imparare a fotografare significa disimparare a vedere
Gabriele Basilico: quando fotografare la città significa imparare a leggerla
libri consigliati per approfondire
Josef Koudelka: Gypsies
Il capolavoro assoluto edito da Aperture: un’opera fondamentale sulla vita delle comunità rom e sul senso di appartenenza visiva.
Vedi su Amazon →Josef Koudelka: Exiles
Una straordinaria riflessione visiva sull’isolamento, lo sradicamento e il viaggio attraverso l’Europa di uno dei più grandi maestri di Magnum.
Vedi su Amazon →Nota sulle immagini: le eventuali fotografie di Josef Koudelka utilizzate nell’articolo devono essere impiegate nel rispetto dei relativi diritti d’autore e delle condizioni di utilizzo delle immagini.
Salvo diversa indicazione, tutte le fotografie pubblicate su ShotAndGo sono opere originali realizzate dall’autore e sono protette dalla normativa sul diritto d’autore. È vietata la riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione.